C’è ogni volta uno spaesamento all’origine del teatro di Kepler-452. Il senso di smarrimento e di estraneità di chi si trova all’improvviso in un luogo sconosciuto. Metti la fabbrica de Il capitale. Un libro che ancora non abbiamo letto, la Gkn di Campi Bisenzio occupata dagli operai dopo che con una email avevano ricevuto la notizia del licenziamento collettivo, nello spettacolo di qualche stagione fa. Già, la fabbrica. Lotte operaie, lavoro e mezzi di produzione, profitto e accumulazione del capitale. E quel libro che pochi hanno letto e chi l’ha letto non l’ha capito e chi l’ha capito non gli è servito. Dicevano così. Ma quanti ci sono entrati realmente nella fabbrica? Non per manifestare solidarietà ma per conoscere fisicamente il lavoro, cosa facevano lì dentro quegli uomini e donne. Si erano presentati ai cancelli della fabbrica, gli artefici di Kepler-452, e avevano chiesto se potevano fermarsi lì per un po’.
Lo stesso procedimento è alla base del nuovo A place of safety, scritto e diretto da Enrico Baraldi e Nicola Borghesi, che ne è anche interprete non protagonista sulla scena (debutto all’Arena del sole di Bologna, prodotto da Ert insieme a Metastasio di Prato e CSS di Udine). Un “posto sicuro”. Dove secondo le regole deve concludersi l’attività. Search and Rescue, ricerca e soccorso. Ma prima cosa c’è, prima di quell’approdo. Come si può raccontare quell’esperienza. Per l’attore, Nicola Borghesi, c’è un periodo di residenza a Lampedusa, nell’estate dello scorso anno. Poi cinque settimane a bordo della Sea-Watch 5, la nave della ong tedesca che insieme a Emergency ha avuto un ruolo attivo nella realizzazione dello spettacolo. Un viaggio nel Mediterraneo centrale, dice il sottotitolo. Nel duplice senso, mi sembra chiaro, del viaggio di ricerca e soccorso dell’equipaggio e di quello in cui sono trascinati gli spettatori, qui in teatro.
Foto di Luca Del Pia
È un gesto deliberato infatti, viene da pensare, quello compiuto dell’ensemble bolognese. Che rende un po’ meno enigmatica la sigla che si sono dati, il nome di una stella distante circa 1800 anni luce dalla Terra, una nana gialla come il nostro sole. Come ad alludere a qualcosa che ci arriva oggi da un luogo e un tempo lontani ma che pure continua a mandare dei segnali. E quello spaesamento che si diceva è naturalmente anche dello spettatore, obbligato a entrare in un luogo di cui le immagini televisive che vorrebbero riprodurlo sono come uno specchio deformante. Del quale spettatore l’attore è in qualche modo il rappresentante, con le sue paure incertezze e contraddizioni, il suo interrogarsi su quale sia il suo posto lì sopra o davanti.
All’inizio sul palcoscenico c’è solo un mucchio di giubbotti salvagente arancioni, che un fascio di luce sottrae all’oscurità che lo circonda. Dove comparirà poi la lunga fiancata scomponibile della nave, trasformata anche in schermo per la proiezione delle immagini del viaggio; dove calerà dall’alto la passerella di accesso a bordo e un carrello simulerà il rhib, il gommone veloce usato per i salvataggi – le scene sono di Alberto Fabretto ma va ricordato anche l’apporto di Massimo Carozzi e Marta Ciappina per musiche e movimenti. È il momento della presentazione dei protagonisti. C’è il “vecchio”, in mezzo a quei trentenni, Flavio Catalano, ingegnere meccanico e ufficiale della Marina militare in pensione che da volontario per Emergency ha scoperto di essere meno “fascista” di quanto immaginava da giovane. C’è il fisico portoghese Miguel Duarte, studioso di buchi neri e oggi capo missione per Sea-Watch. La giurista Giorgia Linardi, diventata portavoce di Sea-Watch. Floriana Pati, infermiera in fuga dai reparti ospedalieri dove forse ritornerà, con alle spalle svariare missioni per Emergency. Il chiassoso José Ricardo Peña, che viene da Houston, Texas, ma è figlio di immigrati messicani e da volontario ha il ruolo di elettricista sulla nave. Alla prova, attori straordinari tutti quanti, e so quanto possa essere fraintesa questa affermazione. È per dire che non si fa teatro con le buone intenzioni, e qui invece il teatro c’è. Senza aggettivi che lo condannino a una superficiale ideologia. Dimentichiamo il teatro documentario.
Uomini e donne di paesi e lingue diverse – e per una volta non infastidisce quella lingua inglese che si fa quasi astratta nell’uso per comunicare le istruzioni alla crew. Ognuno con un ruolo diverso, quasi a esemplificare la complessità delle competenze necessarie sulla nave. Ognuno con una sua storia da raccontare, in mezzo a quelle tante storie di sommersi e di salvati, apparentemente tutte uguali. Ché invece a guardarli in faccia uguali non sono, i migranti. E le loro storie sono difficili da raccontare, ripetono più volte. E si capisce che cosa si intende, che si muovono con consapevolezza su un filo sottile, se si vuole evitare il patetico e il sentimentale. Deve ricredersi anche lo spettatore arrivato magari con qualche sospetto al cospetto di un tema che sembra fatto a posta per compiacere i buoni sentimenti progressisti.
E intanto si stendono coperte sul palco. Nei briefing giornalieri si discute di quali siano le priorità nelle operazioni di soccorso. Si scruta l’orizzonte quando non compare nulla. Si ascoltano richieste disperate di soccorso, mentre da terra gli si continua sordamente a ripetere “chiamate Malta”. Si registrano tutte le violenze sessuali subite dalle donne, fino a non poterne più di quei racconti. Si mostra come si esegue un massaggio cardiaco e come il corpo bellissimo di quella giovane donna nera viene poi chiuso in un sacco di plastica. Ci si dispera quando si verifica che quelli da salvare sono all’improvviso troppi, decine di migliaia. Il gesto della madre che chiede di salvare il proprio bambino resta senza risposta. Storie di cui è difficile capire chi è il soggetto: i migranti, il mare, l’Europa distratta, i volontari delle ong. Salvo riconoscere che uomini dalla pelle scura non ce ne sono, sul palco di A place of safety.
Soltanto l’epilogo ha un piccolo cedimento. La tentazione di commentare ciò che già si intuisce dalle immagini. È l’ultimo giorno di navigazione, inizia un ballo collettivo sulla plancia della nave, quando ormai è in vista il porto de La Spezia, “place of safety” assegnato. Poi le lunghissime operazioni di sbarco. L’ultima comunicazione via radio è trasmessa a volume massimo, perché l’ascoltino anche a terra. Rescue complete, I repeat: rescue complete. Soccorso completato. E ti vengo a cercare, canta Franco Battiato sugli applausi.
© Gianni Manzella